Due modeste proposte al professor Monti

La crescita economica è la nostra priorità: con un Pil ben più sostanzioso di quello attuale, il peso del debito si attenuerebbe e di molto; gli investitori esteri, molti dei quali hanno in mano i nostri Buoni del Tesoro e oggi temono di non vederseli rimborsati, tornerebbero ad avere fiducia in noi influenzando positivamente l’andamento di Piazza Affari; la disoccupazione subirebbe quantomeno una decelerazione, se non una battuta d’arresto; i nostri conti pubblici, e segnatamente il rapporto deficit/Pil, ne risentirebbero positivamente e a noi verrebbero risparmiate ulteriori “stangate”; i giovani potrebbero tornare a guardare al futuro con maggiore serenità; l’Erario avrebbe un gettito fiscale più cospicuo e sarebbe possibile reperire risorse, senza incrementare il prelievo sul contribuente, per finanziare investimenti in conto capitale (infrastrutture, scuola, ricerca).

La crescita è la nostra priorità, però, non solo per le ragioni suesposte e perché ci si trova a fronteggiare una crisi economica senza precedenti: lo è perché il Paese, da oltre un decennio, gravido di tasse e “lacci e lacciuoli” com’è, registra performance economiche miserrime; collocandosi agli ultimi posti delle graduatorie europee. E questo non è più tollerabile.

Ora. La crescita può essere stimolata in diversi modi: tagliando draconianamente le tasse (e la spesa corrente); aprendo alla concorrenza, mediante liberalizzazioni, settori economici in cui operano monopolisti; avviando una serio piano di deregulation.

Stanti i vincoli europei e gli impegni di finanza pubblica assunti con l’Ue e la Bce, però, noi – purtroppo – non possiamo ridurre la pressione fiscale, in questo momento. Possiamo solo liberalizzare e deregolamentare a più non posso. Ed è quanto va fatto (ed il prima possibile).

Naturalmente, Monti, che è un economista, queste cose le sa più che bene; e, a quanto riferiscono i giornali, il primo pacchetto di provvedimenti che intende varare, conterrà anche misure volte a liberalizzare molteplici segmenti di mercato.

Ecco. Noi qui ci si permette di segnalare due interventi piccini picciò, che, proprio perché tali, potrebbero sfuggire all’attenzione del professore; ma che, ne siam sicuri, se fossero approvati avrebbero effetti benefici sul nostro Prodotto Interno Lordo e sin da subito. Perché questo è il punto: abbiamo bisogno di stimolare la crescita in tempi brevi; e, sin qui, a noi pare non sia stato preso in considerazione alcunché d’utile alla bisogna. Le liberalizzazioni sin qui prospettate – quella dei servizi pubblici locali e quella delle professioni –, infatti, quantunque importantissime e vitali, non avrebbero ricadute immediate sulla nostra economia: i loro effetti si vedrebbero solo nel medio termine. E allora vediamo cosa si potrebbe fare per incentivare rapidamente la crescita.

Innanzitutto, si potrebbe partire da una ricerca commissionata, qualche tempo fa, da Federdistribuzione – l’associazione che riunisce le imprese che operano nel settore della distribuzione, dai supermercati ai centri commerciali – al Cermes dell’Università Bocconi. Ne illustra i contenuti il professor Roberto Ravazzoni:

La ricerca fotografa un aumento della richiesta di servizio al settore del commercio e le aperture domenicali rispondono a questo bisogno. Cresce, infatti, la componente di chi compra la domenica perché non ha tempo negli altri giorni. Se nel 2006 erano il 54,8% della popolazione ora sono il 57,2%”.

Questo dato dimostra che gli italiani vogliono sempre più che il commercio si adegui velocemente ai loro nuovi stili di vita, che offra loro un vero servizio. Vogliono cioè avere l’opportunità di gestire con la massima libertà il proprio tempo”.

Dall’indagine emerge che se le imprese che operano nel settore della distribuzione avessero “la libertà” di raddoppiare, rispetto ad oggi, il numero delle aperture domenicali e festive, i consumi “alimentari e non” aumenterebbero dell’1,79% (cioè di 3,96 miliardi di euro l’anno), e ciò farebbe crescere il nostro Pil di uno 0,25%. Sarebbe un vantaggio per tutti: per i cittadini, che potrebbero acquistare quando hanno maggior tempo libero; per i commercianti, che potrebbero guadagnare più soldi; per l’Erario, che grazie ai maggiori consumi introiterebbe più danari.

Per questo motivo, il Presidente di Federdistribuzione, Paolo Barberini, chiede maggiore “libertà” di impresa; acciocché sia possibile:

Creare i presupposti affinché le esigenze delle istituzioni, dei cittadini e della società nel suo complesso vengano soddisfatte nel modo più efficiente ed efficace possibile, regolamentando per norme gli aspetti necessari (sicurezza, piani urbanistici, ecc), creando un apparato amministrativo snello ed efficiente ma lasciando che domanda e offerta di prodotti e servizi trovino un punto di equilibrio che massimizzi la soddisfazione per entrambi. È questo un appello che rivolgiamo prevalentemente alle Regioni, affinché collaborino all’impostazione di un sistema commerciale moderno e capace di rispondere ai bisogni dei consumatori”.

Noi siamo convinti che questo sia un tema centrale nella vita dei cittadini che stanno cambiando stili di vita e che devono gestire una risorsa sempre più scarsa: il tempo. Nella società moderna il fattore tempo è, infatti, un elemento che condiziona moltissimo i comportamenti degli individui e le dinamiche di mercato, sia dal lato dei consumi che dal lato degli acquisti. Avere un sistema commerciale che può offrire le proprie prestazioni anche nei giorni festivi significa quindi porsi al servizio dei cittadini, dando loro non solo uno spazio maggiore per acquisti ma mettendoli anche nelle condizioni di fare acquisti più ragionati e razionali, spendendo quindi meglio i propri soldi, un’esigenza che di questi tempi è sentita da tutti, poveri o ricchi che siano”.

Consentire a chi opera nel settore della distribuzione di raddoppiare il numero delle aperture domenicali e festive. Questa, la prima proposta piccina picciò.

Veniamo alla seconda.

In Italia, per antica consuetudine, il Leviatano – lo stato – s’ingerisce nelle scelte di taluni imprenditori; pretendendo di stabilire, ad esempio, quando un commerciante al dettaglio possa vendere la propria merce in saldo o praticare determinate tipologie di sconto.

Tutto ciò è del tutto irragionevole e per tre ordini di motivi. Innanzitutto, perché non c’è alcuna ragione plausibile che giustifichi l’interferenza dello stato nelle decisioni economiche di un mercante; in secondo luogo, perché solo il diretto interessato, cioè il singolo imprenditore commerciale, può sapere quando sia per lui conveniente – necessario o addirittura indispensabile – vendere la propria merce ad un prezzo ribassato; in terzo luogo perché, visto che da anni – stante la crisi economica – la stragrande maggioranza degli italiani fa compere solo quando ci sono i saldi (perché si riesce a spendere di meno e soldi in giro ce n’è pochi), limitarne la praticabilità a due sole volte all’anno, è un suicidio per tutti: innanzitutto per lo stato, e questo è il paradosso, che rinuncia ad incassare più quattrini; per i commercianti, che son obbligati a vendere sensibilmente in meno; e per i consumatori, che non possono acquistare quanti beni vorrebbero perché nei loro disastrati portafogli ci sono poche palanche.

“Liberi saldi” in libero stato. Questa, la seconda proposta piccina picciò.

Se si vuol far ripartire l’economia, ed in tempi brevi, bisogna favorire, in tutti i modi, la ripresa dei consumi; e percorrere tutte le strade praticabili.

A cominciare da quelle qui descritte.



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8 Responses to "Due modeste proposte al professor Monti"

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  • camelot says:
  • Augusto says:
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  • camelot says:
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