Una repubblica fondata sull’illegalitarismo dei sedicenti legalitari e sull’ignoranza dei principi liberali

Scriveva Montanelli, uno che di italiani se ne intendeva parecchio: “Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante”.

Ecco, il nostro paese, negli ultimi anni soprattutto, ha preso dimestichezza con questo genere di persone: individui che di giorno si rappresentano e vendono quali Torquemada, e che di sera, al riparo da occhi e taccuini indiscreti, ne fanno di cotte e di crude violando quante più leggi sia loro possibile.

Si prenda, ad esempio, l’attuale direttore del quotidiano la Repubblica, Ezio Mauro.

Il Nostro s’è sempre segnalato, tra le altre cose, per le sue campagne moralistiche contro l’evasione fiscale; incentivata, a suo dire, da quel briccone – oramai in disgrazia – di Chevalier Viagrà. E per queste sue crociate ha raccolto, nel corso degli anni e a più riprese, applausi scroscianti tra le personcine ammodo.

Senonché un giorno si scopre che il “direttorissimo” è, effettivamente, un esperto d’evasione fiscale. E non perché sia in grado di recitare a menadito le statistiche di Bankitalia sull’ammontare dell’economia sommersa; ma, più semplicemente, perché, tra una tirata d’orecchi al Satrapo d’Arcore e l’altra, il Nostro pare abbia trovato il tempo d’impratichirsi con talune tecniche usate dai furfanti per sottrarsi al pagamento delle imposte.

Accade, infatti, che il Torquemada di largo Fochetti, in un pubblico dibattito durante una festa del Partito democratico, ad un certo punto riveli d’aver pagato, anni prima, parte del prezzo di un immobile in nero. Ed aggiunga anche che codesta cosa, però, non aveva integrato, da parte sua, un atto d’evasione fiscale. Lo si può appurare guardando il seguente video.

Dopo la confessione, taluni giornalisti ed esperti di questioni tributarie, dalle pagine di Libero e de Il Giornale, decidono di infilare il dito nella piaga ed indirizzargli, a più riprese, un’accusa infamante: quella di essere un evasore fiscale.

A questo punto, il Nostro che fa? Reagisce trascinandoli in tribunale con una bella querela per diffamazione, come farebbe qualsiasi galantuomo la cui probità venisse messa in discussione? Ma neanche per idea.

Consapevole del fatto che se adisse vie legali, per salvare l’onore, a suo carico verrebbe istruito un procedimento penale per appurare se, nel pagare parte di quella casa in nero, effettivamente abbia frodato il Fisco, il Nostro, opportunisticamente, preferisce far finta di niente. Sorvola sulle accuse, china il capo e fa buon viso a cattivo giuoco: in fondo, meglio essere accusato d’evasione fiscale da Il Giornale, tanto lo leggono in pochi, che finire condannato per la stessa da un tribunale della Repubblica. Un vero paraculo (ci ricorda un diffamatore prescritto di nostra conoscenza).

Ma il Nostro, negli anni, non s’è fermato a cose del genere. Ha fatto molto di più: ha insegnato ai propri cronisti, con appositi seminari, il duro mestiere del giornalista legalitario.

Ecco. Il giornalista legalitario, per chi non lo sapesse, è quel tipo (sub)umano che, da sera a mane, viene a raccontarci di avere una missione. Che consiste non nel fornire informazioni ma, più velleitariamente, nel moralizzare la società denunciando ogni tipo d’illecito di cui venga a conoscenza; meglio, naturalmente, se compiuto da un politico e, ancor meglio, se da un politico avversario. E per fare ciò, egli è pronto a tutto. A qualunque sacrificio.

Anche quello di intrufolarsi in una stanza di tribunale onde sottrarre, indebitamente, fascicoli d’inchiesta contenenti trascrizioni d’intercettazioni riguardanti il Mostro di Arcore; venendo, per di più, immortalato dalle telecamere a circuito chiuso del tribunale.

Come dite? È un illecito, più precisamente un furto? Roba da galera e da delinquenti?

Ma non state lì a sottilizzare, per favore. E, poi, c’è illecito ed illecito. Un conto è quello che viene commesso per vendere più copie di giornale onde arricchirsi e condurre, col portafogli pieno, la crociata moralizzatrice; ed un conto è quello che viene commesso dal politico per riempirsi le tasche e basta. Non vi pare? Suvvia, non fate i controrivoluzionari ed i pignoletti; anche perché la storia non è finita.

Per meglio adempiere la propria missione, il giornalista legalitario ha da compiere sforzi talvolta epici. Ad esempio egli deve mettere mano al borsello onde corrompere pagare chiunque possa offrirgli dritte o documenti atti a denunciare misfatti.

Quasi sempre, codeste dazioni hanno come destinatari soggetti impiegati, a vario titolo, nelle Procure della Repubblica (talvolta si tratta, addirittura, di agenti dei Servizi Segreti o delle Forze dell’Ordine). I quali, in cambio di un lauto compenso, una tangente, molto volentieri passano atti coperti dal cosiddetto segreto istruttorio; violando quanto disposto dall’articolo 326 del codice penale: “Il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio, che, violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando della sua qualità, rivela notizie di ufficio, le quali debbano rimanere segrete, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”. Notizie, quelle coperte dal segreto istruttorio, inoltre, la cui divulgazione, ad opera dei giornalisti, è sanzionata dall’articolo 684 del codice penale: “Chiunque pubblica, in tutto o in parte, anche per riassunto o a guisa d’informazione, atti o documenti di un procedimento penale, di cui sia vietata per legge la pubblicazione, è punito con l’arresto fino a trenta giorni o con l’ammenda da cinquantuno euro a duecentocinquantotto euro”.

Ecco (e tornando seri). Negli ultimi diciassette anni, di illeciti quali quelli appena descritti, i giornalisti sedicenti legalitari, quelli che preferenzialmente lavorano per la Repubblica ed Il Fatto Quotidiano, ne hanno commessi a bizzeffe: di giorno raccontandoci di essere impavidi crociati anti-corruzione, di notte prodigandosi di corrompere chiunque potesse fornire loro documenti “protetti”.

Ed è quanto sta verificandosi anche in queste ore con la divulgazione d’intercettazioni riguardanti il tristemente noto comandante del Costa Concordia.

Mi chiedo: fino a quando potremo tollerare tutto ciò? Fino a quando sarà ammesso a taluni di violare impunemente le leggi della Repubblica senza pagarne le conseguenze? Fino a quando, soprattutto, accetteremo che la presunzione d’innocenza, statuita dalla nostra Carta al secondo comma dell’articolo 27 e vero e proprio pilastro dello stato di diritto, venga calpestata e che un mero indagato venga trattato quale criminale ancor prima d’essere anche solo rinviato a giudizio?

Chi viola le leggi della Repubblica, quale esse siano, ed incluso il principio costituzionale di non colpevolezza (che i gazzettieri, a norma della Carta dei Doveri del giornalista, sono tenuti ad ossequiare), non è un legalitario. È un delinquente, oltreché un figlio di puttana. Esattamente come lo sono gli evasori fiscali.

Allo stesso modo, le persone che considerano colpevole, come se questo risultasse da un sentenza definitiva di condanna, un signore soltanto iscritto nel registro degli indagati, mai nemmeno rinviato a giudizio e prima ancora che possa fornire la propria versione dei fatti e che la stessa venga vagliata da un giudice terzo ed in tre gradi di giudizio, non soltanto sono rozze e prive di qualunque alfabetizzazione liberale: sono anche persone che, senza rendersene conto, considerano tutti i cittadini di questa Repubblica quali schiavi; per condannare i quali sia sufficiente l’opinione di un funzionario dello stato (un pubblico ministero).

A costoro io auguro non capiti mai ciò che ha vissuto Elvo Zornitta: accusato d’essere il criminale Unabomber (e di prove, secondo gli inquirenti, nel suo caso ve n’erano a iosa); linciato e criminalizzato, in tutti i modi possibili, dai media; “incastrato” da una prova falsificata da un consulente del pubblico ministero; prosciolto, sì, ma dopo un calvario giudiziario durato sette anni; e oggi, a causa di quella vicenda, per di più disoccupato.



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3 Responses to "Una repubblica fondata sull’illegalitarismo dei sedicenti legalitari e sull’ignoranza dei principi liberali"

  • Leo Vadala says:
  • camelot says:
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