‘O guaglioncell’ se vò candida’ ‘n’ata vota. Chist’ è pazzo!

Non è film horror, purtroppo. È peggio: un incubo. Di quelli, però, che non ti molestano quando dormi, rovinandoti il sonno ed impedendoti di riposare o sognare qualcosa di più gradevole: tipo un rendez-vous incandescente con la Carfagna e la Minetti. No, no.

Questo incubo s’appalesa di giorno, mentre sei sveglio: ha a che fare con la “realtà”. Anche se di “reale”, di plausibile, ha davvero poco.

Perché non è plausibile che un signore di oltre settant’anni, che negli ultimi tre e mezzo (ad essere generosi) ha dato pessima prova di sé tradendo tutte le promesse elettorali ed esponendosi ad una serie interminabile di figure barbine, abbia ancora a pensare di avere il diritto di candidarsi, fosse anche solo a guidare un condominio, avendo per di più tenuto le redini del cosiddetto centrodestra, quale dominus assoluto, per ben quattro lustri. Non è plausibile.

Perché non può essere “reale” che l’autoproclamatosi turiferario della Rivoluzione liberale, il sé-dicente vessillifero del “meno stato e più mercato” e del “meno tasse per tutti”, dopo aver sodomizzato fiscalmente gli italiani con supposte (tasse) grandi quanto cattedrali, e del peso di 100 miliardi di euro, ed averli assoggettati ad infami norme da Stato di Polizia tributaria, autoritarie e liberticide finanche più di quelle a suo tempo varate da Visco e Prodi, e ridotto gli indici di libertà economica a livelli degni di un paese del Quarto Mondo; dopo essere stato, cioè, impietosamente sbugiardato dai fatti, che ne hanno rivelato l’assoluta ed incontrovertibile mendacia, ecco, dopo tutto ciò, non può essere “reale” che costui pensi di ripresentarsi alle elezioni. Non può “realmente” credere siano tutti coglioni; o che residui ancora qualcuno disposto a dargli credito.

Perché non è plausibile che chi, per tre anni e mezzo, un giorno sì e l’altro pure, ha dispensato esclusivamente frasi a caso a far credere che andasse tutto bene, e che l’Italia sarebbe uscita dalla crisi economica prima e meglio di altri, abbia ancora la faccia tosta di riproporsi quale alternativa e soluzione. Non è plausibile.

Perché non può essere reale che chi, proprio quando sarebbe stato possibile farla, quella benedetta Rivoluzione liberale, ché tutto, segnatamente la crisi, la rendeva necessaria ed indispensabile – privatizzare per ridurre lo stock di debito e chetare gli investitori esteri; contrarre il peso dello stato onde assottigliare il prelievo fiscale e rilanciare l’economia; liberalizzare tutto e a manetta per incrementare il potenziale di crescita, presente e futuro, e la concorrenza; mandare in frantumi, e cioè abrogare, leggi, burocrazia, regolamentazioni e l’anima ‘e chi t’è stramuort’ così da favorire l’intrapresa e, anche per questo tramite, il riassorbimento della disoccupazione -, ecco: non è possibile che chi, pur avendo avuto un’occasione irripetibile, unica, per trasformare in senso liberale il Paese, ed essendosela fatta sfuggire, per mancanza di fiuto, palle o “intelligenza politica”, abbia l’ardire di pensare di poter ancora correre per aggiudicarsi la guida della Nazione.

Perché non è plausibile, poi, che chi, negli ambiti più disparati, dal lavoro alla politica, ha dimostrato d’essere un uomo eccezionale, per certi versi unico, di talento ed ingegno mostruosamente dotato e fuori dalla norma, e pur con tutte le sue infinite ed infime contraddizioni, si riduca ad umiliarsi in tal modo: ostinandosi, come un mediocre Pinco Pallo qualsiasi, a non capire che il proprio ciclo è chiuso. Irrimediabilmente.

Ché esiste un tempo per tutto e tutti: una primavera, un’estate, un autunno e, infine, un inverno.

E quando questo giunge, inesorabile, non coglie il vero leader, ed ancor prima il grande uomo, impreparato.

Egli ha già lasciato la scena. Quando il sole era ancora alto e, nondimeno, non riusciva a fargli ombra.

P.S. Può darsi, c’è da sperarlo, sia tutto un bluff.



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