Le frequentazioni non proprio raccomandabili di Rosario Crocetta

Il primo personaggio inquietante di questa storia è Emanuele Celona.

Il suo nome, come riporta un articolo di Antonio Rossitto apparso su Panorama, compare in un’informativa della Polizia del 31 marzo 2003, redatta dall’allora vicequestore di Gela, Antonio Malafarina, ed inoltrata alla Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta. In essa si legge (a pagina 6):

«Celona Emanuele, oggi collaborante, esponente di Cosa nostra, appartenente alla cosca mafiosa degli Emmanuello».

Ritorneremo ancora, in seguito, su quanto scritto in questa informativa. Ora, invece, consideriamo cosa è detto, sempre a proposito di Celona, nelle motivazioni di una sentenza contro Cosa nostra, quella del processo “Munda Mundis” (31 luglio 2010):

«Celona ha anche avuto contatti con imprenditori e politici nonché commissionato omicidi, come è stato dallo stesso dichiarato in udienza».

Emanuele Celona è stato un esponente di spicco della Mafia gelese, arrivando a capeggiarne un clan, quello degli Emmanuello. Dal 16 ottobre 2002, poi, ha iniziato a collaborare con la Giustizia.

Acquista rilievo in questa sede in virtù del legame che ha avuto con Rosario Crocetta, attuale Presidente della Regione Sicilia, e che, nel tempo, è sfociato anche in una “collaborazione” politico-elettorale.

Tutto inizia nel 1998, in occasione delle elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale di Gela: Crocetta è appena fuoriuscito da Rifondazione comunista e approdato ai Verdi; sotto le cui insegne correrà alle Amministrative. Emanuele Celona, invece, ha da poco abbandonato il carcere; e, come scrive Rossitto su Panorama, «ha già alle spalle due condanne per associazione mafiosa e un periodo di latitanza».

Ecco come racconta quella campagna elettorale, l’allora presidente della sezione cittadina dei Verdi, Saverio Di Blasi:

«Un giorno ci trovo un ragazzo bassino, con gli occhiali, che sistema manifesti e volantini. Gli chiedo com’è entrato. Mi risponde: “Mi ha dato le chiavi Rosario”. Fu la prima volta che vidi Celona».

«Celona organizzava con Crocetta incontri in un garage del Bronx, il quartiere della criminalità gelese. Distribuiva il suo materiale elettorale. Saliva con lui sul palco durante i comizi. Fra i due c’era un’amicizia strettissima: Celona l’ho incontrato anche a casa di Rosario, e Rosario ci dava spesso appuntamento nella libreria di Celona».

Ad un mese dalle elezioni, qualcuno avvicina Di Blasi e lo mette a parte del fatto che Celona è persona assai poco raccomandabile:

«Ma lo sai con chi cammini? Quel Celona non è una persona a posto».

Di Blasi, allora, chiede lumi a Crocetta:

«Mi disse che Celona era un bravo ragazzo. E per me la cosa finì lì. Fin quando lo stesso Celona, qualche giorno dopo, arriva in sede mentre sono lì con Amato (Emanuele Amato, segretario dei Verdi, ndr). Ci guarda a muso duro: “Che fa, non vi piace la mia faccia?” domanda in dialetto. Intanto si apre la giacca: ha una pistola infilata nella cintura».

È Emanuele Amato, allora segretario dei Verdi, ad aggiungere a Rossitto:

«Sconvolti lo riferiamo subito a Rosario, che però continua a difenderlo. Pensiamo anche di ritirare la candidatura, ma purtroppo ormai è tardi».

È tardi. La candidatura non viene ritirata e Crocetta riesce ad essere eletto, risultando addirittura il più votato (con 800 preferenze), al Consiglio comunale di Gela.

Inizia la sua ascesa politica che, nel 2002, lo porterà ad agguantare lo scranno di primo cittadino.

Ed è qui che ritorna in ballo l’informativa, citata all’inizio del post, del vicequestore Malafarina; perché, anche in quelle elezioni, Crocetta farà affidamento sull’”aiuto” di Celona:

«Va comunque rilevato, per quanto a conoscenza di quest’ufficio, che la campagna elettorale del Crocetta sarebbe stata in parte condotta da Celona Emanuele, oggi collaborante, esponente di Cosa nostra, appartenente alla cosca mafiosa degli Emmanuello, più volte notato in compagnia del Crocetta, che frequentava la libreria del Celona, il quale avrebbe reso dichiarazioni in merito a tale supporto elettorale».

Alle ultime elezioni siciliane, Antonio Malafarina è divenuto consigliere regionale dopo essere stato candidato nel listino bloccato di Crocetta.

Intervistato dal sito Livesicila, e a commento di quella informativa, ha spiegato:

«Ho indagato su Crocetta perché conosceva Celona e, visto che il tizio era mafioso, volevo capirne il motivo senza fare sconti. Emerse che i tra i due c’erano stati occasionali rapporti. Nel frattempo Celona inizia a collaborare con la giustizia, sollecitato proprio da Crocetta».

Celona, dunque, secondo l’ex vicequestore di Gela, che pare rettificare quanto precedentemente asserito nell’informativa alla Dda di Caltanisetta, avrebbe avuto solo occasionali rapporti con Crocetta; e, come tra l’altro sostiene lo stesso neo governatore della Sicilia, avrebbe iniziato a collaborare con la Giustizia proprio su impulso dello stesso Crocetta.

Peccato, e come scrive Rossitto, che:

«Questo ruolo, però, non è mai emerso dalle carte processuali. Ai magistrati Celona ha infatti spiegato di essersi pentito vista “la deliberazione della sua uccisione da parte degli altri sodali, anche a causa della precedente collaborazione di suo fratello Luigi, ex appartenente a Cosa nostra”».

Passiamo, adesso, ad un altro personaggio ambiguo entrato in rapporto con Crocetta, l’allora potentissimo consigliere provinciale dell’Udeur, Salvatore Di Giacomo. Il cui nome è contemplato sempre nell’informativa di Malafarina (datata 31 marzo 2003): «riesce a condizionare, dall’alto della sua riconosciuta caratura criminale», il sistema di aggiudicazione degli appalti a Gela.

È il 2002. Di Giacomo decide di candidare il figlio, Paolo, al Consiglio comunale di Gela. E vuole incontrare, a tutti i costi, quello che, di lì a poco, diventerà il Sindaco della Città, Rosario Crocetta. È quest’ultimo, tra l’altro, ad aver raccontato l’incontro, il 17 agosto 2004, al quotidiano La Sicilia:

«Li ho visti tre volte. E avevo una paura indescrivibile: quella di un normale cittadino che non conosce perfettamente i meccanismi di certi poteri criminali ma ne ha sentito parlare. E sa che anche un rifiuto può essere fatale».

Per paura di subire qualche rappresaglia, dunque, Crocetta incontra Di Giacomo. Che, sempre stando a ciò che ha dichiarato in quella intervista, gli «chiede l’assessorato per il figlio Paolo».

L’incontro avviene in un noto ristorante di Scoglitti (località turistica a 40 chilometri da Gela); e ad esso prende parte anche il responsabile dei Lavori pubblici del Comune di Gela, Roberto Sciascia, che così racconta il tutto a Panorama:

«Ricordo perfettamente: fu Crocetta a chiedermi di organizzare quel pranzo, un mese prima delle elezioni. L’atmosfera era amichevole e cordiale: tra i due c’era confidenza. Di Giacomo chiese l’assessorato per il figlio Paolo. In cambio avrebbe portato la sua dote elettorale. Crocetta rifiutò, ma gli promise che si sarebbe interessato per trovare un posto di lavoro al figlio. Sono vicende che ho avuto modo di raccontare nel maggio del 2009, convocato dai carabinieri di Gela».

E chi era il titolare dell’indagine?, chiede il cronista di Panorama:

«Il maresciallo mi disse che l’interrogatorio si svolgeva su delega del pubblico ministero di Caltanissetta, Nicolò Marino».

A tal riguardo, scrive Rossitto:

«Un’inchiesta di cui non sembra esserci traccia documentale. E vani sono stati tutti i tentativi di Panorama di contattare il magistrato. Che lunedì 19 novembre ha annunciato l’addio alla Dda nissena per accettare, come tecnico, l’incarico di assessore all’Energia e ai rifiuti, proprio nella giunta guidata da Crocetta».

Andiamo avanti.

Il figlio di Di Giacomo viene eletto al consiglio comunale. Crocetta, invece, in prima battuta perde la corsa a Sindaco; la vincerà, il 12 marzo 2003, dopo un ricorso al Tar.

Il giorno della vittoria, in Piazza Umberto I, tiene una concione; tra i cui partecipanti, si legge nell’informativa di Malafarina, «spiccava la figura di Paolo di Giacomo».

Qualche giorno dopo, Crocetta, come ha raccontato al quotidiano La Sicilia, decide di rompere definitivamente coi Di Giacomo: «Li sbattei fuori dall’ufficio. E da lì sono cominciati i miei guai».

Paolo Di Giacomo, infatti, qualche tempo dopo, come scrive sempre l’informativa dell’ex vicequestore, ebbe a rivolgergli «minacce di presumibile stampo mafioso».

C’è un altro personaggio inquietante, in questa vicenda (che, però, non ha avuto alcun rapporto personale con Crocetta). Si chiama Rosario Trubia, è un collaboratore di Giustizia. Prima di pentirsi, però, e come si legge nella succitata sentenza del processo “Munda mundis”, è stato «reggente della famiglia Emanuello dal 1995 al 1998»; «si è accusato e ha accusato altri soggetti di gravi delitti, per alcuni dei quali non erano in corso indagini nei suoi confronti».

Di lui, i magistrati si fidano. Ritenendo abbia un’«attendibilità intrinseca»; e, nelle sue deposizioni, «non è stata riscontrata alcuna incongruenza, logica e cronologica».

Il 19 febbraio del 2007, interrogato dal Pm di Caltanisetta Antonino Patti, questo ha dichiarato:

«Tutta la malavita che c’era a Gela se lo portava appresso Crocetta… Crocetta è cresciuto nel Bronx, alla Macchitella».

Aggiungendo, poi, che tutti gli affiliati alla mafia: «portavano una cassetta di legno, ci mettevano un pezzo di legno e raccoglievano le firme», per la sua candidatura a Sindaco.

E ancora:

«Gli stiddari (per l’elezione, ndr) me lo hanno rinfacciato: “Non lo portaste voialtri a questo che ora sta facendo un macello? Ora lui per non farsi scoprire che era colluso che cosa fa? Attacca sempre la mafia».

Sempre in quell’interrogatorio, gli viene chiesto per chi avessero votato i mafiosi in carcere: «Per Crocetta».

«In pratica quelli che votarono a lui pensavano fosse malleabile».

E invece:

«Una volta che è diventato qualcuno, questo è cambiato».

«Perché il sindaco è stato portato dalla malavita di Gela, almeno per quello che mi consta a me».

Va sottolineato, a questo punto, ciò che ha scritto l’autore dell’articolo:

«Un’affermazione gravissima che non ha avuto alcun seguito giudiziario».

«Celona, Di Giacomo, Trubia. Al governatore Panorama ha chiesto di chiarire tutte queste circostanze. Ma alle ripetute richieste di intervista Crocetta non ha mai risposto».

C’è un’ultima persona nelle frequentazioni non proprio trasparenti del neo governatore siciliano: Alessandro Barberi. Fu suo collega al Petrolchimico e, nel 1973, Crocetta gli fece da testimone di nozze.

Barberi, nel 1976, è sospettato di aver rapinato una banca di Licata. Negli anni ’80, invece, inizia il suo percorso di avvicinamento a Cosa nostra; di cui diventa capomandamento a Gela, nel 1989.

Sul rapporto con Barberi, e sul fatto di essere stato suo testimone di nozze, Crocetta, che da tempo vive sotto scorta a causa di minacce ricevute dalla mafia, in un’intervista del 2006, ebbe a dichiarare:

«Io avevo 22 anni, lui 23».

«Era un ragazzo della Fgci, non un mafioso. Anzi, era un fine intellettuale. Che leggeva molto e amava il poeta francese Arthur Rimbaud».



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