O riduciamo il debito, mediante privatizzazioni, e tagliamo la spesa, o le tasse ci strangoleranno per 30 anni e diverremo tutti poveri

Manca poco più di un mese al voto e, con la sola eccezione di Fare per Fermare il Declino, nessun partito s’è ancora degnato di far conoscere agli elettori il proprio programma di governo. E dire che, mai come in questo momento, di cose da chiarire ce ne sarebbero parecchie. Una in particolare.

A partire dal 2014, e per effetto della ratifica del cosiddetto Fiscal Compact, il nostro Paese dovrà adoperarsi per ridurre gradualmente il debito pubblico onde portarlo, in rapporto al Pil, al 60%. Ma, al contrario di quello che scrivono molti giornali, inducendo in errore tanti cittadini (è capitato anche al sottoscritto), per conseguire tale obiettivo non saranno necessarie manovre “correttive” della grandezza di 40-45 miliardi l’anno (per due decenni). Nient’affatto. Sarà sufficiente, e si fa per dire, continuare ad avere, per i prossimi quattro lustri (ed anche più), consistenti avanzi primari; nonché conseguire un accettabile saggio di crescita annuo del Pil e dare vita a corpose privatizzazioni.

L’avanzo primario è la differenza tra le entrate (prodotte dalle tasse) e le uscite (rappresentate dalle spese) dello stato, escluse quelle per gli interessi sul debito. Più le entrate/tasse sono alte, e superano le uscite/spese, più è consistente l’avanzo primario. Più è consistente questo e più è “facile” ridurre il debito.

Il rapporto debito/Pil, però, può essere – e di fatto verrà – falcidiato anche per effetto della crescita del Prodotto Interno Lordo. D’altra parte è, per l’appunto, un rapporto. Al cui numeratore figura l’ammontare del debito (circa 2.000 miliardi) e al cui denominatore compare il Pil a prezzi di mercato (circa 1.600 miliardi). Va da sé che il rapporto in questione può migliorare, e dunque decrescere, sia per effetto di una riduzione del debito (il numeratore) sia perché il Pil (cioè il denominatore) cresce ad un saggio più consistente (ed anche, ovviamente, per effetto del combinato disposto delle due cose). Facciamo un esempio del tutto astratto e molto terra terra. Se nell’”anno 1” il debito ammonta a 100 e il Pil a 1, il rapporto debito/Pil sarà pari a 100. Se nell’”anno 2” il debito resta ancorato a 100 ma il Pil raggiunge il valore di 2, il rapporto sarà pari a 50. Se nell’”anno 3”, poi, il debito scende a 50 e il Pil cresce a 3, il rapporto sarà pari a 16, 66.

Tutto ciò per dire che, per effetto del succitato Fiscal Compact, nei prossimi anni, e a meno che non si voglia morire stritolati dall’attuale ed insostenibile livello della pressione fiscale, e da avanzi primari soffocanti, i governi che si avvicenderanno al potere dovranno fare, necessariamente, e tutti, quanto segue: 1) Ridurre la spesa corrente, dimodoché sia possibile avere comunque avanzi primari accettabili, ma con un livello di imposizione fiscale significativamente più basso di quello attuale e tale da incoraggiare (e non strozzare) l’economia (come al punto 2 di seguito riportato); 2) Incentivare la crescita del Prodotto Interno Lordo in ogni modo possibile, innanzitutto mediante una consistente (ancorché graduale) riduzione delle tasse (accompagnata, ovviamente, da una più che proporzionale riduzione della spesa, come su accennato) ed in secondo luogo mediante liberalizzazioni incisive e ad ampio raggio; 3) Falcidiare, esclusivamente facendo ricorso alla vendita di asset pubblici, e cioè mediante privatizzazioni, lo stock di debito.

Se non si faranno queste tre cose assieme, per onorare gli impegni presi a livello comunitario, noi cittadini diverremo tutti viepiù poveri (quale che sia la nostra attuale condizione economica). È certo. Come il fatto che alla notte segua il giorno.

Per questo ordine di ragioni, i nostri politici dovrebbero farci sapere: 1) Come, e se, intendono ridurre lo stock di debito; 2) Quanto, e se, intendono falcidiare la spesa corrente; 3) Quanto, e se, intendono ridurre, ed in modo generalizzato, la pressione fiscale.

Mancano poco più di trenta giorni al voto e nessuna di queste domande ha ancora una risposta.

Per approfondimenti si legga: Come funziona il Fiscal Compact.

Ps. In molti, di questi tempi, anche tra chi si definisce liberale in economia (anzi di più: “conservatore fiscale”), sostengono che conseguire gli obiettivi di Finanza pubblica mediante la riduzione della spesa corrente comporterebbe, esattamente come farlo con incrementi del prelievo fiscale, effetti depressivi sull’economia. Si tratta di un’asserzione molto discutibile. È vero, infatti, che i tagli alla spesa produrrebbero anch’essi uno sgretolamento del Pil, ma esso sarebbe molto meno consistente e duraturo (e, mediante liberalizzazioni, potrebbe, almeno in parte, essere “sterilizzato”). A dirlo, naturalmente, non è il pirla che qui scrive, ma due degli economisti italiani più importanti al mondo (e le cui analisi entrano, al contrario di quelle di molti altri, in letteratura economica), Francesco Giavazzi ed Alberto Alesina: «Si sta diffondendo una sciocchezza, cioè un’opinione che non ha riscontri nell’evidenza empirica. Il rigore nei conti pubblici sarebbe la ragione per cui la recessione si prolunga e la disoccupazione non scende. Lo ripete da alcuni mesi Stefano Fassina, responsabile economico del Pd (…). L’evidenza empirica – ammesso che tale metodo interessi ancora a qualcuno in questo dibattito – dimostra che tagli di spesa, accompagnati da liberalizzazioni e riforme nel mercato dei beni e del lavoro comportano costi di gran lunga inferiori (in alcuni casi addirittura nessun costo) rispetto ad aumenti di imposte. Se il governo Monti avesse perseguito l’austerità in questo modo, cioè tagliando la spesa, la recessione sarebbe stata molto meno grave. Ma tra questo e dire che l’Italia non avrebbe dovuto far nulla, magari spendere un po’ di più, quando lo spread sfiorava i 600 punti e il debito era diventato insostenibile, è da irresponsabili. Mario Monti – lo ripetiamo da oltre un anno – avrebbe dovuto correggere i conti pubblici in modo diverso, tagliando la spesa anziché limitarsi ad aumentare le tasse».

Attilio Befera Fermare il Declino - Clicca per aderire e avere informazioni



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7 Responses to "O riduciamo il debito, mediante privatizzazioni, e tagliamo la spesa, o le tasse ci strangoleranno per 30 anni e diverremo tutti poveri"

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