In una società libera, tutto ciò a cui dobbiamo mirare è uno Stato limitato – Margaret Thatcher

La mia visione – Discorso alla Conferenza del Partito Conservatore, Blackpool, 10 ottobre 1975.

«Nessun paese può prosperare se la sua economia e la sua vita sociale sono dominate dalle nazionalizzazioni e dalla pianificazione statale. La causa delle nostre ristrettezze non è l’impresa privata. Il nostro problema non è che abbiamo troppo poco socialismo. È che ne abbiamo troppo (…).


Lasciate che vi esponga la mia visione: il diritto di ogni uomo di lavorare quanto desidera, di spendere ciò che guadagna, di avere delle proprietà, di avere uno Stato che è al suo servizio e non è il suo padrone: queste sono le cose che rappresentano l’eredità britannica. Sono l’essenza di un’economia libera. E su quella libertà tutte le altre dipendono. Ma noi vogliamo un’economia libera non solo perché garante delle nostre libertà, ma anche perché è il miglior sistema di creazione di ricchezza e prosperità per l’intero Paese. È solo da questa prosperità che attingiamo le risorse per erogare servizi migliori alla comunità, servizi migliori per i bisognosi (…).

Dobbiamo riportare l’impresa privata sulla via della ripresa, non solo lasciando alle persone più soldi da spendere dove preferiscono, ma anche lasciando loro più soldi per aiutare gli anziani, gli ammalati e i disabili. La via della ripresa passa attraverso il profitto. Buoni profitti oggi portano a maggiori investimenti domani, a lavori pagati meglio e a standard di vita migliori. Nessun profitto significa nessun investimento e un’industria agonizzante legata al mondo di ieri. Altre nazioni hanno riconosciuto tutto ciò da anni. E il gap tra noi e loro continuerà a crescere finché noi non cambieremo.

Il problema, qui, è che per anni il Partito Laburista ha inculcato nel popolo che il profitto è una colpa fino a prova contraria. Ma quando ho visitato fabbriche e attività commerciali, io non ho visto che coloro che vi lavorano siano contro il profitto. Al contrario, vogliono lavorare per guadagnare bene. Per avere un futuro, il loro futuro. I governi devono imparare a lasciare a queste imprese abbastanza profitti oggi per produrre beni e posti di lavoro domani (…).

Io credo che, come ognuno di noi ha il dovere di dare il meglio di sé, i governi hanno il dovere di creare l’ambiente in cui ognuno di noi lo possa dare. Non solo i singoli individui, ma anche le singole imprese e in particolare le piccole imprese. Molte di esse rimarranno piccole, ma altre si espanderanno e diventeranno le grandi aziende del futuro (…).

Noi Conservatori odiamo la disoccupazione. Odiamo anche solo l’idea di uomini e donne che non possono esprimere le loro capacità. Condanniamo lo spreco di risorse nazionali e il grave insulto alla dignità delle persone cacciate dai loro posti di lavoro senza averne colpa (…).

Ora lasciate che vi parli di qualcosa di cui ho già parlato in America. Alcuni socialisti sembrano credere che le persone siano come numeri inseriti in un computer statale. Noi crediamo che debbano essere degli individui. Nessuno è eguale all’altro. Nessuno, grazie al cielo, è come gli altri, ma i socialisti la pensano altrimenti. Noi crediamo che ciascuno abbia il diritto di essere diverso, ma per noi ogni essere umano è egualmente importante. Ingegneri, minatori, lavoratori manuali, commessi, contadini, postini, casalinghe: sono tutte fondamenta essenziali della nostra società.

Senza di essi non avremmo alcuna società. Senza di essi non avremmo alcuna nazione. Ma ve ne sono altri con un dono speciale che dovrebbero potersi giocare le loro chance, perché se gli audaci che scoprono nuove vie nella scienza, nella tecnologia, nella medicina, nel commercio e nell’industria e nelle arti hanno le mani legate, non vi può essere alcun progresso. L’invidia può solo distruggere, mai costruire.

A ciascuno deve essere consentito di sviluppare le abilità che meglio ritiene di avere, e nel modo migliore che sceglie.

La libertà di scelta è qualcosa che noi diamo per scontato, finché non si corre il rischio che ci venga negata. I governi socialisti sono perpetuamente impegnati a restringere l’area delle libere scelte, quelli conservatori a ingrandirla. Noi crediamo che tu possa diventare un cittadino responsabile se sei tu che prendi le decisioni, non quando queste vengono prese da qualcun altro al posto tuo. Ma sono prese da qualcun altro sotto un governo laburista, naturalmente (…).

Un’altra negazione di libera scelta è nella sanità. Il settore privato ci aiuta a tenere qui alcuni dei nostri migliori dottori, che si rendono disponibili, parzialmente, anche nel Servizio Sanitario Nazionale. Il settore privato aiuta anche a disporre di più soldi per la salute generale della nazione (…).

Ogni famiglia dovrebbe avere il diritto di spendere i suoi soldi, dopo aver pagato le tasse, dove vuole, non secondo i dettami del governo. Aumentiamo la libertà di scegliere, la volontà di scegliere, la possibilità di scegliere (…)».

Discorso sul socialismo ai Conservatori di Finchley, Londra, 31 gennaio 1976.

«Consideriamo un’altra parola che è stata subdolamente corrotta nella litania della sinistra. La parola è “pubblico”, la usiamo molte volte al giorno. È con noi tutto il tempo, perché noi siamo il pubblico. Tutti noi. Ebbene, si comincia a distorcere questa parola. Si prenda ad esempio la “proprietà pubblica”. In teoria, noi possediamo le miniere, le ferrovie, l’ufficio postale. Ma in pratica non possediamo nulla. La “proprietà pubblica” dovrebbe voler dire che io e te possediamo qualcosa, che abbiamo qualche voce in capitolo su come debba essere gestita, che quel “qualcosa” comporta una nostra responsabilità. Ma, nei fatti, le parole “proprietà pubblica” hanno iniziato a significare il mondo molto, ma molto privato delle decisioni prese dietro a una porta chiusa, senza rendere conto ad alcuno.

Quanto la proprietà pubblica sia un bene per tutti noi è dato per scontato. Quale scorcio del paradiso socialista ci offre! I socialisti ci dicono che, quando vi sono grandi profitti in una particolare industria, gli utili dovranno andare al pubblico beneficio. Beneficio? Quale? Quando un’attività efficiente rimane nelle mani del pubblico, i profitti scompaiono presto. La gallina che fa le uova d’oro le cova. La gallina di Stato non ne fa tante. L’industria dell’acciaio è stata nazionalizzata alcuni anni fa per servire il pubblico interesse, ora l’unico interesse riservato al pubblico è quello di osservare lo spettacolo deprimente dei suoi soldi che vengono gettati nel tubo di scarico al ritmo di milioni di sterline ogni giorno (…).

Il momento in cui la proprietà diventa nominalmente pubblica, è proprio il momento in cui il pubblico cessa di avere ogni proprietà e ogni controllo, ed è spesso anche il momento in cui cessa di ottenere quel che vuole. Ma è anche, inevitabilmente, il momento in cui il pubblico inizia a pagare. Paga per la fine di quell’industria. Paga le perdite con tasse alte. Paga un caro prezzo per l’inefficienza (…).

Dobbiamo rivedere il nostro vocabolario: chiamare qualcosa “pubblico” solo quando la gente comune lo controlla. Di fatto, il popolo britannico controlla maggiormente aziende come Marks & Spencer, rispetto alle industrie nazionalizzate. Alcuni possiedono direttamente le azioni di M&S. Questo dà loro il diritto di porre domande sulla gestione, i suoi successi, i suoi fallimenti e se non sono soddisfatti possono vendere le loro azioni e investire i loro soldi altrove (…). E milioni di noi ricorrono, ogni anno, all’opzione di votare “con i piedi” il successo di St. Michael. Possiamo scegliere di andare a far la spesa lì, o altrove. Questa è la vera proprietà pubblica (…). Che cosa li fa funzionare, allora? Il loro incentivo a soddisfare i clienti, me e te, il pubblico. Contrariamente a ciò che i socialisti vorrebbero tu pensassi, la loro non è un’eccezione. È la stessa di migliaia di aziende in tutto il Paese. Aziende di successo provano, con i loro risultati, che la crisi di oggi non è causata dalla libera impresa, ma dal socialismo (…).

Quando un uomo si trasferisce con la sua famiglia in una casa popolare, dobbiamo far sì che abbia la possibilità di comprarla. L’ambizione di possedere il tetto sopra la tua testa è assolutamente naturale. E a giudicare da come questo governo vi indulga, è un istinto anche molto forte. Allora perché i cosiddetti socialisti lavorano così attivamente per impedire la proprietà delle case popolari? La risposta è che, se dai all’uomo ambizioso la possibilità di acquistare la casa popolare in cui abita, perdi il controllo su di lui (…).

Noi siamo sempre stati il partito della proprietà della casa. La proprietà della casa non solo implica sicurezza per l’individuo, ma anche sicurezza e continuità per la società. Sicurezza, perché le persone che lavorano sodo per comprarsi la casa hanno imparato a essere responsabili della proprietà e hanno rispetto per le proprietà altrui. Continuità, perché la proprietà di una casa non vale solo per una generazione, ma il suo valore sarà ereditato dalla prossima, e dalla prossima ancora. L’unico modo, per la maggioranza della gente, di avere realmente voce in capitolo su dove vivere e come vivere è incrementare la proprietà della casa (…).

Dobbiamo rendere le scuole maggiormente rispondenti alla volontà dei genitori. Ed è questo il motivo per cui è necessaria una più vasta scelta tra i tipi di educazione dei nostri figli (…). E ai genitori non si dovrebbe ordinare dove devono mandare i loro figli, negando loro ogni scelta.

Noi crediamo che le persone non siano meri numeri da ordinare in un senso o nell’altro, in un lavoro o nell’altro, in una casa o nell’altra, con i loro figli mandati in una scuola o nell’altra. I socialisti credono che alle persone non debba essere lasciata la libertà di scelta. Io credo che si possa imparare a usarla. E ad apprezzarla. E quindi dove si andrà a finire? Il socialismo è la negazione della scelta, la negazione della scelta delle persone comuni nella loro vita quotidiana.

In Gran Bretagna c’è la volontà di lavorare e costruire un futuro per i nostri figli. Ma i socialisti non hanno fiducia nel popolo. Churchill l’ebbe. Noi l’abbiamo».

La società non esiste, esistono gli individui – Estratto dall’intervista a “Women’s Own”, 23 settembre 1987.

«Io penso che abbiamo attraversato un periodo in cui troppi bambini e troppi adulti facevano ragionamenti del tipo: “Ho un problema, ci deve pensare il governo a risolverlo!”, oppure “Ho un problema e ho il diritto di farmelo risolvere dal governo”, o “Sono senza casa, il governo me ne deve dare una!”. E così affibbiavano i loro problemi alla società. E chi è la società? Non c’è niente del genere. Ci sono individui, uomini e donne, ci sono famiglie e nessun governo può fare nulla se non attraverso le persone e le persone, prima di tutto, pensano a loro stesse. È un nostro dovere badare a noi stessi e quindi anche aiutare i nostri vicini a badare a se stessi. La gente ha avuto troppo in mente i propri diritti acquisiti, senza pensare ai propri doveri, ma non esistono diritti acquisiti senza aver prima assolto i propri doveri (…).

In alcuni casi vi sono persone che manipolano il sistema e così alcuni dei sussidi che servono a comunicare alla gente: “Va bene, se non puoi trovare un lavoro, puoi sempre vivere una vita dignitosa”, sono intesi da alcuni come: “Ma a che serve lavorare? Io mi posso accontentare di quello che mi viene donato!”. E tu dici: “Guarda che non è una carità. È il tuo vicino che sta pagandoti anche se non sei in grado di guadagnarti da vivere da solo, hai ugualmente il dovere di provare a farlo e ti sentirai molto meglio quando lo farai”.

Questo modo di ragionare è andato troppo oltre. Se un bambino ha un problema, la colpa è della società. Ma non c’è una società. C’è un affresco vivente di uomini e donne e persone, e la bellezza di questo affresco, così come la qualità delle nostre vite, dipende da come molti di noi sono pronti a prendersi le loro responsabilità e da come ciascuno di noi sarà pronto a guardarsi attorno e aiutare, in prima persona, chi è più sfortunato (…)».

La signora non torna indietro – Estratto dal discorso alla Conferenza del Partito Conservatore, Brighton, 10 ottobre 1980.

«La nostra visione e i nostri obiettivi vanno ben oltre i complessi argomenti economici, ma finché non aggiusteremo i problemi economici, negheremo al nostro popolo l’opportunità di condividere quella visione e di vedere oltre l’orizzonte ristretto della necessità economica. Senza una sana economia, non potremo avere una società sana. Senza una società sana, l’economia non sarà in salute a lungo.

Ma non è lo Stato che rende sana l’economia. Quando lo Stato cresce troppo, le persone migliori sentono di contare sempre meno. Lo Stato drena la società, non solo delle sue ricchezze, ma anche delle sue iniziative, delle sue energie, della volontà di migliorare e innovare, oltre che di conservare il meglio. Il nostro scopo è quello di fare sentire alla gente di contare sempre di più. Se non possiamo aver fiducia negli istinti più profondi dei nostri cittadini, non dovremmo nemmeno essere in politica (…)».

La politica economica della libertà – Estratto dalla conferenza al Rajiv Gandhi Golden Jubilee Memorial, Bangalore, 21 agosto 1995.

«I paesi non sono ricchi in base alle loro risorse naturali (…). I paesi ricchi sono quelli i cui governi incoraggiano la creatività dell’uomo, perché possa riuscire a lavorare con altri nel produrre beni e servizi che la gente vuole comprare (…). E come hanno realizzato questa prosperità? Con il mercato.

Vi sono alcuni commentatori che criticano il mercato. Ma il mercato non è l’invenzione di qualche economista accademico. La libertà di comprare, vendere e scambiare è una delle più antiche libertà conosciute dall’uomo. I consumatori decidono cosa comprare, i produttori cosa produrre e la competizione determina il prezzo.

Gli uomini hanno sempre scambiato beni fra loro anche nelle circostanze più avverse (…). Ma è solo quando l’intera cornice politica, filosofica, legale ed economica incoraggia la libertà, invece di sopprimerla, che si avvertono i pieni benefici di quella che chiamiamo “economia di mercato” (…).

Tocqueville enfatizza l’importanza di una cornice legale, affinché i mercati funzionino nel modo corretto. Nessun mercato degno di questo nome ne è mai stato esente. Anche nei tempi più antichi c’erano regole che riguardavano i pesi e le misure, la qualità e l’onesta. Similmente, nei nostri tempi, un’economia di mercato che abbia successo dipende dalla cornice legale all’interno della quale può operare: la legge dei contratti, della proprietà privata, norme a salvaguardia del consumatore, atte a proteggere la salute e la sicurezza, per spezzare monopoli e promuovere la competizione.

Non solo un libero mercato, ma una società liberà, in sé, richiede un governo della legge (…). Come disse il grande filosofo Hayek: “Le leggi devono essere applicate a tutti in modo eguale. E ciò include anche il governo, le cui azioni deve essere soggette alle stesse leggi ed essere viste come tali” (…).

Così, perché le libere imprese diano frutto, le leggi devono essere chiare, comprensibili e giuste. Le regole non devono essere più pesanti dello stretto necessario, sia per proteggere un bene genuinamente comune, quale l’ambiente, sia per rassicurare i consumatori, gli investitori, i lavoratori e gli altri, che certi standard saranno rispettati.

La tassazione deve essere imposta solo per soddisfare alcuni bisogni in cui i privati cittadini, individualmente o collettivamente, non riescono a subentrare (…).

In una società libera, tutto ciò a cui dobbiamo mirare è uno Stato limitato. Il che non significa uno Stato debole. A parte il suo ruolo di fornire una cornice legale, lo Stato ha molte funzioni che non potrebbero essere svolte dal settore privato, anche sei i privati potrebbero darvi un contributo.

Lo Stato deve garantire la difesa da un aggressore. Deve dare una rete di sicurezza di sussidi per aiutare i più poveri. Deve assicurare una basilare infrastruttura di trasporti, l’energia, l’acqua e così via. Deve preoccuparsi della salute e della sanità. E deve provvedere affinché l’educazione sia fornita a tutti i bambini, di qualsiasi provenienza sociale essi siano, per consentire un migliore inizio della loro vita e la possibilità di andare lontano fin dove li può portare il loro talento. Soprattutto, deve dare la certezza di conti solidi e di una moneta stabile.

Ma lo Stato deve essere un servitore, non un padrone. Non ci devono essere tentazioni paternaliste. Il paternalismo è nemico della libertà e della responsabilità. Benché si mostri sorridente e umano, è come tuti gli altri tipi di governo interventista: soffoca gli sforzi di tutti, fiacca le imprese, incoraggia la dipendenza e promuove la corruzione. E così facendo riduce la produzione di ricchezza necessaria a pagare gli ospedali, i servizi sociali, le scuole e le strade.

È piuttosto sbagliato dire, come alcuni fanno, che questo modello (uno Stato limitato, tasse basse, poche regole, una grande diffusione della proprietà privata e il governo della legge) sia qualcosa che si adatta solo ai ricchi paesi occidentali. Lo è, in larga misura. Perché paesi come gli Stati Uniti, adottandolo, sono diventati ricchi. E altri paesi, che non lo hanno adottato, sono rimasti meno sviluppati (…).

L’obiettivo di tutta la nostra politica economica era quello di creare le condizioni in cui la libertà, in tutti i suoi aspetti, potesse fiorire. La libertà economica e quella politica sono due facce della stessa medaglia. La libertà economica è vera libertà, non un suo surrogato. La capacità di lavorare, guadagnare, risparmiare, donare ed ereditare liberamente, senza essere soffocati dalla tutela dello Stato, è di vitale importanza in una società libera. L’economia non è una scienza gestionale, è una scienza morale. Il capitalismo è, nella realtà, democrazia economica. Con il capitalismo il potere è diffuso tra innumerevoli individui che esprimono una miriade di scelte, che non è più nelle mani dello Stato (…)».

Contributo di Margaret Thatcher al Rapporto Annuale sulle Privatizzazioni 2006 della Reason Foundation.

«Troppo spesso lo Stato è tentato di svolgere attività per le quali è inadatto o che vanno oltre le sue capacità.

Probabilmente la più grande di queste tentazioni è il desiderio dello Stato di concentrare il potere economico nelle sue mani. Inizia a credere di sapere come gestire gli affari. Ma lasciatemi dire che non lo sa fare (…).

Un sistema di controllo statale non può essere valido solo perché è guidato da persone “esperte” che “conoscono meglio” e sono al servizio dell’”interesse pubblico”, interesse che, ovviamente, è determinato da loro. Il controllo statale è fondamentalmente un male, perché nega alle persone il potere di scegliere e l’opportunità di assumersi le responsabilità delle proprie azioni. Al contrario, la privatizzazione riduce il potere dello Stato e la libera impresa aumenta il potere delle persone (…)».

Tratto da This Lady Is Not For Turning – I grandi discorsi di Margaret Thatcher, a cura di Stefano Magni, editore Istituto Bruno Leoni (ne è consigliato vivamente l’acquisto).



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6 Responses to "In una società libera, tutto ciò a cui dobbiamo mirare è uno Stato limitato – Margaret Thatcher"

  • Marco Paperini says:
  • camelot says:
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