L’ultima chiamata prima del golpe

Ieri, dopo circa sessanta giorni di cazzeggio assoluto, il Parlamento, eleggendo il nuovo Capo dello Stato, s’è finalmente acconciato a dichiarare conclusa la ricreazione; e, quantunque Napolitano non abbia dato buona prova di sé nel precedente settennato (giusto per usare un eufemismo), la sua riconferma al Colle va salutata con estremo favore perché può preludere al superamento dello stallo venutosi a creare all’indomani del voto.

La situazione, d’altra parte, è molto preoccupante; per non dire drammatica. Il pericolo di un’involuzione autoritaria del Paese, dopo la manifestazione golpista di ieri ad opera dei grillini, è molto più concreto: l’evocazione della “marcia su Roma” – l’ennesimo ammiccamento, impunemente esplicito, al Fascismo; la contestazione della designazione di un Capo dello Stato legittimamente eletto da un Parlamento votato da 48 milioni di italiani; la pretesa che al suo posto fosse designato un signore votato, tra l’altro con meccanismi nient’affatto trasparenti, da una più che infima minoranza rappresentata appena da 48.000 persone, sono segnali che, assieme a molti altri, non possono essere più sottovalutati; e che, anzi, richiederebbero una condanna ferma e decisa da parte di tutte le forze democratiche presenti in Parlamento; e uno sforzo per dare finalmente vita ad un governo di larghe intese, superando, in tal modo, l’impasse degli ultimi due mesi.

Allo stesso tempo, però, il venire a vita di un esecutivo purchessia servirebbe davvero a poco: la plebe inferocita riunitasi ieri nella Capitale, al netto delle rivendicazioni patentemente antidemocratiche, manifestava, con reiterati slogan, come ben sa chi si è preso la briga di seguire quell’evento, un enorme disagio sociale dovuto all’incremento esponenziale del prelievo fiscale, registratosi negli ultimi due anni, ed alla crescita della disoccupazione. «Questi perdono tempo mentre noi non arriviamo alla fine del mese», è stato il refrain pronunciato da molte persone convenute colà.

Occorre cambiare musica, dunque. E i signori del Palazzo, tutti, devono capire che quanto hanno fatto negli ultimi ventiquattro mesi, correzioni di Bilancio operate per i 2/3 sul versante delle entrate, ovvero incrementando il peso delle tasse, va cancellato. D’altra parte, la Bce, nella famosa lettera dell’estate del 2011, ai nostri governanti aveva chiesto ben altro: «Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. L’obiettivo dovrebbe essere» conseguito «principalmente attraverso tagli di spesa». E noi, invece, facendo l’esatto contrario, abbiamo aggravato la recessione, favorito la chiusura di migliaia di imprese e ridotto in miseria milioni di italiani. Una scelta sbagliata e criminale e che, per reazione, ha indotto milioni di concittadini a premiare, alle Politiche, il Movimento 5 Stelle (come reiteratamente ripetuto su queste colonne).

Invertire la rotta, dunque, se si vuole evitare il peggio, tumulti di piazza ed ulteriori (e magari ben più preoccupanti) azioni eversive da parte dei grillini, e far nascere un esecutivo che metta in agenda la riduzione della pressione fiscale, da finanziarsi evidentemente attraverso ingenti tagli di spesa: questo, e solo questo, è ciò di cui ha assoluto bisogno il Paese.

Ne saranno capaci i nostri politici? L’esperienza, anche recente, indurrebbe a rispondere con un deciso no. Il fatto, però, che lor signori abbiano a cuore solo le sorti delle proprie terga, e che queste ora siano messe a repentaglio dalla violenza non solo verbale di Grillo, farebbe propendere, invece, per una risposta di segno opposto, ovvero positiva.

In queste ore, in ogni caso, si fanno numerose ipotesi sulla composizione di questo esecutivo di “pacificazione nazionale” che dovrebbe vedere la luce tra qualche giorno. La migliore, ad avviso di chi scrive, è quella che identifica in Enrico Letta il futuro premier (e in Alfano il suo vice).

Letta, infatti, al contrario di Giuliano Amato, il “più papabile” secondo i retroscenisti, offrirebbe maggiori garanzie sulla qualità della politica economica del novello Gabinetto (almeno in teoria): innanzitutto perché è un economista, e non già un costituzionalista come il pensionato d’oro ed ex braccio destro di Craxi; in secondo luogo perché, sia pur moderatamente, e sempre al contrario di quello, è un liberale, e noi di una politica siffatta avremmo bisogno per rimettere in sesto il Paese.

Letta, inoltre, garantirebbe al Pd quel “contentino” che gli è sicuramente dovuto, visto che è pur sempre il partito di maggioranza relativa: la guida dell’esecutivo. E, allo stesso tempo, essendo un alto dirigente del medesimo, meglio di altri potrebbe frenarne le rivendicazioni più socialiste (quelle di non tagliare troppo la spesa) e tacitarne gli eventuali malumori. È giovane, poi, e, al contrario del suo principale competitor, agli occhi dell’opinione pubblica non apparirebbe (troppo) “compromesso” con la partitocrazia.

Ma il nodo centrale, al di là dei nomi, resta pur sempre quello dei contenuti; quello della strada obbligata da imboccare e delle cose indifferibili da fare:

«(1) occorre cancellare quella parte della sciagurata riforma Fornero del lavoro che ha drasticamente ridotto la flessibilità in entrata e bruciato, in pochi mesi, diecine di migliaia di posti di lavoro; (2) magari introdurre, per un periodo limitato, diciamo un lustro, ulteriore precarietà nel mercato del lavoro, mediante nuove figure contrattuali, per favorire in qualunque modo l’occupazione soprattutto giovanile; (3) ridurre drasticamente, e sempre per facilitare il riassorbimento della disoccupazione, il cuneo fiscale (per finanziare il tutto basterebbe tagliare, come aveva proposto Francesco Giavazzi, di 10 miliardi le risorse destinate a fondo perduto a talune aziende); (4) falcidiare, e col machete, di almeno 35-40 miliardi la spesa corrente onde abbassare, di almeno 25-30 miliardi, le tasse a tutti e scongiurare l’entrata in vigore degli incrementi d’imposta già previsti per l’estate 2013 (Iva e Tares); (5) provare a portare, magari gradualmente, l’aliquota del primo scaglione Irpef dal 23 al 20% (che dovrebbe richiedere 13,5 miliardi per reperire i quali basterebbe congelare la spesa pubblica complessiva, al netto di quella per interessi, al livello del 2012) e sterilizzare, almeno in parte, l’Imu sulla prima casa (richiederebbe spiccioli: 4 miliardi, per cancellarla completamente, su un bilancio che contempla uscite per 720); (6) abolire l’infame “solve et repete”, che infiniti lutti addusse alle imprese, e riportare l’onere della prova, in caso di contenzioso tributario, in capo all’Agenzia delle Entrate (è questa che deve provare la colpevolezza del contribuente e non quest’ultimo a doversi discolpare); (7) abolire il nuovo redditometro, che sta provocando una contrazione spaventosa della domanda, dei consumi, e cagionando di riflesso non pochi problemi agli imprenditori – riporto quanto mi ha scritto, in proposito, un lettore (ed amico), qualche mese fa: «Non voglio tediare nessuno ma portare un esempio legato alla mia attività commerciale. Distribuiamo articoli alimentari per la media e grande ristorazione, una buona parte dei miei storici clienti per non incorrere in problemi con Redditest ed Equiltalia hanno deciso di acquistare il 70% della merce al supermercato senza fattura ma solo con lo scontrino fiscale (che ovviamente poi non verrà registrato). Cosi anche se noi abbiamo quotazioni migliori ci dobbiamo tenere le scorte in casa e a fine anno pagarci pure le tasse. Forse a fine anno chiuderemo bottega. E 40 persone saranno a spasso. Stato Ladro!!»; (8) benché sia politicamente scorretto proporlo (e chi se ne fotte), occorre cancellare le molteplici tasse cosiddette sul lusso, da quelle sugli yacht a quelle sulle auto di grossa cilindrata, che non solo non hanno prodotto il gettito atteso, ma hanno provocato un calo logaritmico delle vendite (il numero di Ferrari vendute in questo paese, da un mese all’altro, è crollato del 57,8%; quello delle Maserati, del 75,4%) e, con ogni probabilità, un aumento esponenziale dei disoccupati (nelle concessionarie auto); ed altre misure similari.

Se si vuole tagliare le gambe al Movimento 5 Stelle, bisogna eliminare ciò che gli fornisce consensi: il disagio sociale, la disoccupazione e l’oppressione fiscale».

O i signori del Palazzo lo capiscono, o la nostra democrazia non sopravvivrà.

Aggiornamento del 22 aprile.

Consiglio, caldamente, di leggere questo splendido editoriale di Giavazzi e Alesina.



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30 Responses to "L’ultima chiamata prima del golpe"

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