S&P abbassa il rating dell’Italia perché non fa politiche liberiste (tagli di spesa, liberalizzazioni e privatizzazioni)

Ieri, l’italietta degli italioti, quella socialista incarnata dal Pd e dal Pdl e quella fascio-comunista personificata da Grillo, è stata severamente bocciata dall’agenzia di rating Standard & Poor’s:

«L’azione di rating riflette la nostra visione di un ulteriore peggioramento delle prospettive economiche dell’Italia a venire, dopo un decennio di crescita reale media inferiore allo 0,04%. Nel primo quadrimestre del 2013, la produzione economica dell’Italia è stata dell’8% inferiore a quella dell’ultimo quadrimestre del 2007 e continua a calare. Abbiamo abbassato, inoltre, la nostra previsione di crescita, per il 2013, a -1,9% da -1,4% (…).

A nostro avviso, la bassa crescita in Italia dipende in gran parte dalle rigidità riscontrabili nel mercato del lavoro e in quello dei prodotti (…). Secondo i dati Eurostat, il costo unitario del lavoro è aumentato in Italia più che in qualsiasi altro stato-membro dell’Unione economica e monetaria europea (UEM o zona euro). Prevediamo un indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche al 129% del PIL alla fine del 2013 (…), tra i più alti al mondo. Le nostre previsioni indicano che (…) il debito non scenderà a meno che il surplus di bilancio, con l’esclusione delle spese per interessi, non si avvicini al 5% del Pil. I rischi per il raggiungimento di questo risultato nel periodo di previsione sembrano essere in aumento, a nostro parere. Per il 2013, vediamo già l’obiettivo di bilancio a rischio potenziale a causa dei diversi approcci all’interno della coalizione di governo per colmare un deficit fiscale. Il deficit può scaturire dalla soppressione dell’Imu e dal mancato incremento dell’Iva (…). Le spese correnti sono sproporzionate rispetto a quelle in conto capitale; i livelli di tassazione sul capitale e sul lavoro sono più alti di quelli sulla proprietà e i consumi (…).

A nostro avviso, gran parte della sfida della competitività in Italia (…) deriva da elevati costi interni, tra cui il prezzo dell’energia che è superiore a quello medio dell’Eurozona, così come da elevati costi amministrativi (…). Detto questo, l’attività domestica, in particolare la creazione di posti di lavoro, sembra essere ostacolata da rigidità e protezioni accordate agli incumbents, compresi i lavoratori con contratti a tempo indeterminato (…).

La prospettiva sul rating a lungo termine dell’Italia è negativa (…). Secondo i nostri criteri, potremmo abbassare il rating se, in particolare, si dovesse concludere che il governo non è in grado di implementare politiche che salvaguardino gli indicatori di Bilancio (…). D’altra parte, potremmo rivedere la prospettiva a stabile se il governo dovesse adottare riforme strutturali dei mercati del lavoro, dei prodotti e dei servizi che probabilmente porterebbero l’Italia ad un livello più consistente di crescita, o se vedessimo che altre misure – come la vendita e la privatizzazione di asset significativi – vengono varate per ridurre significativamente il debito pubblico».

Riassumendo.

S&P ha deliberato una revisione al ribasso del rating che ci riguarda perché: le prospettive di crescita del Paese, stante l’assenza di misure strutturali volte a liberalizzare i mercati, quello del lavoro e dei beni in primis, e l’eccessivo peso del prelievo fiscale sul lavoro e le imprese, che andrebbe ridotto e finanziato con un taglio significativo alla spesa corrente (ritenuta sproporzionata), restano modeste; il quadro di finanza pubblica appare preoccupante anche perché le forze politiche che sostengono l’esecutivo non propongono coperture certe, che deriverebbero da tagli di spesa, all’abolizione dell’Imu e al mancato incremento dell’aliquota ordinaria Iva; il debito pubblico, in rapporto al Pil, ha raggiunto un livello troppo elevato e non vengono adottati provvedimenti volti ad abbatterlo (si legga alla voce: privatizzazioni); la creazione di posti di lavoro è frenata, oltreché dall’eccessivo costo del lavoro, che richiederebbe un abbattimento drastico del cuneo fiscale, dalla scarsa flessibilità/contendibilità, in entrata e in uscita, riscontrabile in questo mercato e, quindi, anche dall’eccessiva protezione accordata ai lavoratori a tempo indeterminato (si propone, forse, l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori?).

In poche parole. Fin quando l’italietta degli italioti la farà da padrona – la spesa corrente non verrà decurtata per ridurre il carico fiscale e non si privatizzerà e liberalizzerà tutto il privatizzabile ed il liberalizzabile –, noi tutti galleggeremo nel liquame.

Sai che novità.

Per arrestare il declino economico del Paese abbiamo solo una possibilità: scendere in piazza e chiedere meno spesa, meno tasse e più privatizzazioni. #OccupyViaXXSettembre.



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