La sinistra italiana: vent’anni di fallimenti, balle e danni arrecati al Paese

Da circa tre anni, tre anni e mezzo, i signori della sinistra, evidentemente pensando che gli italiani siano tutti minus habens, ovvero coglioni, vanno ripetendo, un giorno sì e l’altro pure, nelle interviste ai giornali o nei talk-show televisivi, la seguente filastrocca: Berlusconi ha governato per vent’anni il Paese; e se esso è ridotto male, se è in ginocchio, se cresce poco e perde costantemente competitività, la colpa è solo sua.

Ecco, in un paese normale, nessun politico s’azzarderebbe a dire bubbole di tal fatta: apparirebbe spregiudicato, immorale e del tutto inaffidabile. In Italia, invece, dove gli elettori sono di bocca buona, di memoria corta e soliti parteggiare per gli o per gli altri in modo del tutto acritico, esattamente come fanno con la propria squadra del cuore ogni sacrosanta domenica, ciò è possibile. E, siccome lo è, diventa necessario fare ciò che altrove sarebbe del tutto superfluo: occuparsi di tale vicenda, innanzitutto, sbugiardare lor signori, poi, e ricordare quali e quanti danni, infine, essi abbiano arrecato al Paese.

Gli anni di governo del centrodestra e del centrosinistra

Il primo governo Berlusconi è stato in carica dal 10 maggio 1994 al 17 gennaio 1995: 8 mesi. Il secondo governo Berlusconi, dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005: 3 anni e 10 mesi. Il terzo, dal 23 aprile 2005 al 17 maggio 2006: un anno ed un mese. Il quarto, ovvero l’ultimo, dal 7 maggio 2008 al 16 novembre 2011: 2 anni e 6 mesi. Totale: 8 anni ed un mese. Negli ultimi venti anni.

Il primo governo di centrosinistra della cosiddetta Seconda Repubblica fu quello presieduto da Lamberto Dini: appoggiato dal Pds, da Rifondazione comunista e dal Ppi, è stato in carica dal 17 gennaio 1995 al 17 maggio 1996. Ovvero: 1 anno e 4 mesi. Il primo governo Prodi è stato in carica dal 18 maggio 1996 al 21 ottobre 1998: 2 anni e 5 mesi. Il primo governo D’Alema, dal 21 ottobre 1998 al 22 dicembre 1999: un anno e 2 mesi. Il secondo governo D’Alema, dal 22 dicembre 1999 al 25 aprile 2000: 4 mesi. Il governo Amato (II), dal 25 aprile 2000 all’11 giugno 2001: un anno ed un mese. Il secondo ed ultimo governo Prodi, invece, è stato in carica dal 17 maggio 2006 al 7 maggio 2008: 2 anni. Totale: 8 anni e 4 mesi.

Il centrodestra, dunque, negli ultimi vent’anni, ha governato 8 anni ed un mese. Il centrosinistra, invece, se si tiene conto anche del governo Dini, 8 anni e 4 mesi; se si esclude quest’ultimo, e non v’è ragione di farlo, 7 anni esatti.

Domanda. Visto che il centrosinistra ha governato più del centrodestra, com’è possibile che i signori del Pd abbiano l’ardire di affermare l’esatto contrario? Quale forma di rispetto mostrano nei riguardi degli italiani, a partire da chi li vota?

A voi la risposta.

Leggi ad personam varate dal centrosinistra

Una delle innumerevoli storielle che i signori della sinistra vanno raccontando, è la seguente: Berlusconi è stato l’unico politico della storia repubblicana ad essersi cucito addosso leggi ad personam; prima che arrivasse lui al potere, infatti, mai ne era stata varata una. Una sesquipedale balla.

Per ragioni di brevità, qui si ometterà di riportare tutte (ovvero: dalla prima all’ultima) le leggi ad personam di cui ha fruito l’autoproclamatosi “tessera numero 1 del Partito democratico”, l’ingegner Carlo De Benetti (editore de La Repubblica e de L’Espresso); il cui fratello è stato finanche senatore dei Ds. Basterà citarne solo tre: il tentativo di svendita (a suo favore) della SME da parte di Romano Prodi (all’epoca, Presidente demitiano dell’IRI); la legge Visentini sui registratori di cassa; la svendita delle frequenze della telefonia mobile grazie alla quale, l’Ingegnere, ebbe a creare l’Omnitel facendo uno dei migliori affari della propria vita.

Veniamo alla “ciccia”. La prima legge ad personam di cui si è giovata, in tempi relativamente recenti, la sinistra, è stata l’amnistia del 1990 (all’epoca varata dal Presidente della Repubblica in quanto rientrava ancora tra le potestà di quest’ultimo). Senza di essa, buona parte della classe dirigente dell’ex Pci, a cominciare da Massimo D’Alema, sarebbe finita irrimediabilmente in galera, causa finanziamenti illeciti (nazionali ed esteri) percepiti in nome e per conto del partito. È un fatto noto a chiunque abbia una certa età. Ma del tutto sconosciuto alla stragrande maggioranza, se non alla totalità, delle persone che abbiano un’età ricompresa tra i 20 e i 30 anni.

Passiamo oltre.

La storiella secondo cui Berlusconi sarebbe l’unico ad essersi fatto leggi su misura, diventa ancora più grottesca se si tiene conto di un fatto: nella cosiddetta Seconda Repubblica, il primo ad aver preteso il varo di una legge ad personam, per sfuggire a qualche grana giudiziaria, non fu il Cavaliere, ma Romano Prodi, nel 1997. A raccontarlo, una persona non certo sospettabile d’essere berlusconiana, l’ex magistrato e parlamentare del Pci e poi del Pds, Ferdinando Imposimato:

«Il PM Geremia, con l’avallo del Procuratore Coiro, chiese il rinvio a giudizio per abuso di ufficio dell’ex Presidente del Giudizio Romano Prodi, quale ex Presidente dell’IRI (…). Nel frattempo il governo presieduto da Prodi approvò, con l’appoggio del Ministro della Giustizia suo difensore (Giovanni Maria Flick, ndr), una nuova legge che modificava in senso restrittivo l’abuso in atti di ufficio; ed il Presidente Prodi venne assolto perché il fatto non sussiste; ma la legge era ad personam (…)».

Questa fu la prima legge ad personam varata nella Seconda Repubblica. La prima. Evidentemente destinata, lo dice il sinistro Imposimato, a parare le terga a Prodi.

L’ultima, invece, è stata approvata giusto qualche mese fa, quando al governo c’era Mario Monti, e aveva la funzione di tutelare un mammasantissima del Partito democratico: Filippo Penati. Con essa gli sono stati cancellati, dalla sera alla mattina, 3 dei 7 capi d’imputazione gravantigli sul capo. Un cadeux di cui, a sinistra, nessuno s’è scandalizzato.

Dunque, se è fuor di dubbio che Berlusconi abbia fatto ricorso ad innumerevoli leggine ad personam, e più di chiunque altro, è altrettanto indubbio che non sia stato il solo; e che la sinistra abbia sempre fatto altrettanto per avvantaggiare sé e i propri amici.

Attendiamo, ovviamente invano, che se ne scusi; o, quantomeno, che eviti di impartire lezioni di morale ad altri non avendone i titoli.

Vent’anni di tasse e di sfracelli economici

Diciamo subito che, negli 8 anni e 4 mesi in cui ha governato il Paese, la sinistra ha fatto pochissime cose buone; essenzialmente due: 1) ha garantito, rispetto al centrodestra, una migliore tenuta dei conti pubblici; 2) ha liberalizzato qualche comparto economico. Punto e basta.

Il resto è stato solo: tasse, tasse e tasse. Non a caso, gli elettori non hanno mai voluto ch’essa governasse per due legislature di fila (come non l’hanno voluto per il centrodestra).

Ora, siccome è impossibile ricostruire vent’anni di sfracelli economici (e non) fatti da lor signori, richiederebbe molto tempo e spazio, per ragioni di brevità ci si limiterà a considerare quelli principali.

1) La peggiore imposta esistente in Italia, per giudizio unanime, è l’Irap: essa fu voluta ed introdotta da Romano Prodi nel 1997. Nulla è riuscito a danneggiare il sistema imprenditoriale italiano quanto questo balzello. Per il quale, nessuno, a sinistra, ha mai chiesto scusa.

2) Se la spesa pubblica, a livello regionale, al pari del debito, ad un certo punto è esplosa, lo si deve, per giudizio unanime, alla sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra. A parte Renzi, che ne ha preso le distanze (ma solo in parte), nessuno, a sinistra, se n’è mai scusato.

3) Fino a qualche anno fa, la stragrande maggioranza delle Regioni, delle Province e dei Comuni era saldamente nelle mani del centrosinistra. Va da sé, quindi, ch’essa sia la principale responsabile anche dello spaventoso incremento delle addizionali locali registratosi negli ultimi lustri: «negli ultimi vent’anni le imposte nazionali sono raddoppiate, e i tributi locali sono aumentati addirittura cinque volte. Letteralmente esplosi. Tanto che negli ultimi dodici anni le addizionali Irpef regionali e comunali sono cresciute del 573%, ed il loro peso sui redditi è triplicato, arrivando in alcuni casi oltre il 17%» (Mario Sensini, Corriere della Sera, 21 luglio 2013). Nessuno, a sinistra, se n’è mai scusato.

4) La sinistra, a parte incrementare esponenzialmente il prelievo sul ceto medio e medio-alto, provocandone la proletarizzazione (si pensi ai danni arrecati dalla riforma delle detrazioni e delle deduzioni e da quella delle aliquote varate con la Finanziaria 2007), non hai mai fatto alcunché di significativo per le classi meno abbienti e, come se non bastasse, ha ignorato del tutto la questione rappresentata dalla povertà assoluta. Al contrario, il che potrebbe sembrare assurdo, del centrodestra: che alla povertà assoluta ha pensato di dare qualche risposta con l’innalzamento ad un milione di lire (516 euro) delle pensioni minime; con la no tax area; e con la tanto vituperata (a sinistra) social card. Ora, se la sinistra non si preoccupa di emancipare le persone dall’indigenza assoluta, né fa qualcosa di rimarchevole per mettere in moto i cosiddetti “ascensori sociali” (a parte qualche modesta liberalizzazione), ma passa le giornate a litigare e a cercare solo il modo per impoverire i cosiddetti ricchi (comunicando, così, ai poveri: non farò mai alcunché perché anche voi possiate esserlo; diverreste, altrimenti, miei nemici), a cosa cacchio serve?

5) Negli ultimi vent’anni ha dimostrato di non aver mai reciso il legame con gli ambienti dell’eversione rossa e dell’antagonismo movimentista. Due esempi su tutti: la notevole quantità di ex Brigatisti Rossi cui si è peritata di trovare un posto di lavoro (inclusa la carceriera di Aldo Moro); il fatto di aver intestato un’aula del Senato, come primo atto della legislatura 2006-2008, a Carlo Giuliani. Atti vergognosi dai quali, a sinistra, nessuno, nemmeno Renzi, ha mai preso le distanza scusandosene.

6) L’Italia è allo stremo, prossima alla morte, per l’eccessivo peso fiscale, la ridondante presenza dello stato, la diffusa cultura keynesiana ed antiliberale che alberga a sinistra quanto a destra, e una crisi economica internazionale che ne ha accentuato i pluridecennali problemi. E, però, il Paese ha iniziato a mostrare segni di cedimento, ed è entrato in recessione tecnica, prima che accadesse ad altre nazioni anche per la politica economica, fiscalmente assassina, portata avanti dall’ultimo governo Prodi. A dirlo, i dati economici riguardanti il Pil del secondo trimestre 2008 e la disoccupazione in crescita nel primo trimestre di quello stesso anno. Roba interamente ascrivibile alle pessime politiche realizzate allora dal centrosinistra. A dirlo, poi, il professor Luca Ricolfi, notoriamente uomo di sinistra (06/03/2008):

«Il segnale più negativo è il rallentamento della crescita, iniziato nei primi mesi dell’anno anche «grazie» alla prima Finanziaria del governo Prodi, che fin dall’estate del 2006, con il Documento di Programmazione Economico-Finanziaria, aveva manifestato l’intenzione di correggere l’andamento dei conti pubblici pagando il prezzo di una riduzione del tasso di crescita del Pil (0,3 punti in meno, pari al 20% del tasso di crescita previsto).

Un brusco stop allo sviluppo

Tutto lascia pensare, però, che il prezzo che l’Italia ha dovuto pagare sia maggiore: la stima di 0,3 punti di Pil di contrazione della crescita è decisamente più bassa di quelle prodotte dai centri di ricerca non governativi, e comunque era basata su un mix di aumenti di imposta e riduzioni di spesa che poi è peggiorato nella versione finale della legge finanziaria (gli aggravi fiscali dovevano coprire un terzo della manovra, ma sono saliti a circa due terzi in corso d’opera). È probabile che quella scelta ci sia costata una decina di miliardi di euro, più o meno le risorse che ora si stanno freneticamente cercando per affrontare la «questione salariale» ed evitare lo sciopero generale minacciato dai sindacati. Al momento (inizio 2008) non si conosce ancora il tasso di crescita del Pil nel 2007 (mancano le stime del 4° trimestre), ma già sappiamo che la produzione industriale è in forte rallentamento, la produttività continua a ristagnare, le aspettative delle imprese per i prossimi mesi non sono buone.

Una massiccia pressione fiscale

Il secondo segnale negativo riguarda i mezzi che sono stati usati per ridurre il deficit. Certo siamo tutti felicissimi di essere finalmente rientrati nei parametri di Maastricht, ma la vera domanda è: qual è il prezzo che abbiamo pagato per raddrizzare la barca?

La risposta è sconsolante. Poiché non si è trovato il coraggio di ridurre la spesa pubblica, si è fatto ricorso alla comoda via degli aumenti della pressione fiscale (di 1,7 punti fra il 2005 e il 2006, di ulteriori 1,1 punti fra il 2006 e il 2007). Il miglioramento dei conti pubblici nel 2007 è stato ottenuto essenzialmente grazie a tre grandi operazioni: l’aumento dei contributi sociali, il conferimento forzoso del Tfr all’Inps, l’aumento selvaggio delle tasse locali. E questo massiccio aumento del prelievo fiscale – come da manuale – ha frenato la crescita e aggravato i bilanci delle famiglie (…).

Famiglie sempre più in difficoltà

Un’occhiata alla serie storica dell’indagine Isae sui bilanci familiari mostra che nel 2007 il numero di famiglie in gravi difficoltà economiche ha raggiunto il punto massimo da quando esiste l’indagine (ossia dal 1999). La necessità di ricorrere ai risparmi o far debiti per quadrare il bilancio era aumentata considerevolmente nei primi anni di introduzione dell’euro (specie fra il 2002 e il 2003), poi – nel corso del 2006 – era leggermente diminuita, ma nel 2007 è tornata di nuovo a salire e nella seconda metà dell’anno ha toccato il massimo storico».

Si potrebbe continuare con moltissimi altri esempi ma il post è già troppo lungo e in pochi arriverebbero a leggerlo fino in fondo. Dunque ci si ferma qui.

Il punto è che i nostri problemi, che ci trasciniamo dalla fondazione della Repubblica, e non dall’altro ieri, negli ultimi vent’anni si sono pesantemente aggravati: avremmo dovuto avere politiche economiche radicalmente liberali, che consentissero al Paese di reggere al meglio la sfida della competizione globale, e ne abbiamo invece avute di keynesiane e stataliste esattamente come ai tempi della Prima Repubblica.

La colpa è anche, o soprattutto, della sinistra. Se questa, però, si limita ad attribuirne la responsabilità al centrodestra, senza pronunciare plurimi mea culpa e come se negli ultimi vent’anni non avesse mai toccato palla, dimostra solo di essere inaffidabile ed impresentabile anche più della coalizione berlusconiana.

Il che è tutto dire.



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13 Responses to "La sinistra italiana: vent’anni di fallimenti, balle e danni arrecati al Paese"

  • Augusto says:
  • rokko says:
  • Leo Vadala says:
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