Quale credibilità può avere Renzi se il suo guru economico, Gutgeld, cambia idea una volta al mese?

Per uscire dalla pluridecennale crisi in cui versa, e che quella internazionale ha solo aggravato, il Paese ha bisogno di politiche economiche radicalmente liberali: uno stato più efficiente e meno spendaccione; un’imposizione fiscale molto meno gravosa; un vasto piano di liberalizzazioni, per rendere meno costosi taluni servizi e più competitive le nostre imprese, e di privatizzazioni, per abbattere il debito e ridurre la spesa in interessi; ampie deregolamentazioni; un mercato del lavoro più flessibile, in entrata ed in uscita, per tutti (e che consenta di affrancare i giovani dall’incubo della precarietà perpetua); il superamento della cassa integrazione (ordinaria e in deroga) e l’introduzione, al suo posto, di meccanismi di Welfare to work; la costituzionalizzazione dello Statuto dei Diritti del Contribuente, onde evitare che in futuro abbiano a consumarsi ancora crimini statuali ai danni dei cittadini; l’accantonamento delle logiche cattocomuniste sin qui seguite da tutti i partitanti, ed in ragione delle quali si è sempre considerata la ricchezza un peccato da dover far scontare ai contribuenti, e non già una virtù da incoraggiare, in quanto benefica per l’intera comunità nazionale, con una tassazione premiale; l’attivazione dei cosiddetti “ascensori sociali” onde creare condizioni di partenza eguali e consentire a tutti, poveri in primis, di poter conseguire, se capaci, qualunque posizione sociale, anche la più alta; e molto altro ancora. Insomma, l’Italia avrebbe bisogno di una vera e propria rivoluzione copernicana, che mettesse al centro l’Individuo e le sue libertà, per ritornare ad essere una straordinaria nazione vivida di Uomini eccelsi.

Il punto, allora, è questo. Renzi, da tempo, ciancia della necessità di cambiare radicalmente il Paese; e a noi tutti si presenta come colui che potrebbe farlo.

Per sapere se ciò sia possibile, e se il cambiamento prospettato possa essere effettivamente utile alla Nazione, però, si deve prendere in considerazione ciò che propone. O, meglio, ciò che propone il suo guru economico, Yoram Gutgeld. E qui iniziano i problemi: visto che il Nostro ha idee alquanto confuse.

Iniziamo da quello che suggeriva, il 27 giugno scorso, in un documento portato alla luce da Claudio Cerasa su Il Foglio.

Si tratta di cose oltremodo opinabili quando non addirittura inesatte.

Innanzitutto, l’Italia è quarta al mondo per tassazione sui redditi di 100.000 dollari; la Germania, invece, è quinta. Dunque da noi, coloro che guadagnano 10.000 euro lordi al mese versano più tasse dei loro omologhi tedeschi. In secondo luogo, mentre l’Italia è quarta anche per la tassazione sui redditi da 300.000 dollari, la Germania, per l’imposizione su questi redditi, scivola al diciassettesimo posto. Dunque da noi, e al contrario di ciò che asserisce superficialmente Gutgeld, che è un economista e quindi queste cose dovrebbe conoscerle a menadito, le persone benestanti se la passano molto peggio che in Germania. E questa è la ragione principale che le spinge, in larga parte, ad evadere il Fisco. Se si vuole ridurre davvero l’evasione fiscale, dunque, c’è solo una strada (la stessa indicata da Luigi Einaudi un secolo or sono): ridurre, draconianamente, l’immenso carico fiscale complessivo gravante sui redditi alti (oltre che su quelli bassi e medi, naturalmente). Dunque le politiche di Reagan, che annoveravano anche il taglio dell’aliquota marginale sui redditi alti, servirebbero, eccome, al nostro Paese. Checché ne dica Gutgeld.

In ultimo, va ricordato che le tasse sono il corrispettivo che i contribuenti sono tenuti a pagare allo stato per i servizi ch’esso offre loro (in regime di monopolio e coercitivamente, tra l’altro); e, siccome quelli italiani, soprattutto da Roma in giù, sono significativamente peggiori di quelli tedeschi, va da sé che i contribuenti del Belpaese dovrebbero pagarli molto meno. Cosa che non avviene, invece.

Andiamo avanti.

Ecco, mentre Bersani e Vendola, in campagna elettorale, proponevano di abbassare la soglia di tracciabilità dei pagamenti a 300 euro, Gutgeld – e, quindi, Renzi – suggerisce di portarla a 500. Una misura oltremodo liberticida ed autoritaria che non farebbe altro che produrre effetti dannosi e recessivi: renderebbe più onerose le transazioni ai contribuenti onesti (che sarebbero costretti a dotarsi di carte di credito e strumenti affini: oggi assai poco diffusi in larghi strati della popolazione) come agli esercizi commerciali. I quali, nel Mezzogiorno d’Italia, sono in larga parte sprovvisti di Pos (come certificano molteplici ricerche):

«Riuscire a fare acquisti con bancomat o carte di credito in Basilicata è decisamente difficile. La  regione, infatti, con appena un Pos ogni 55,1 abitanti maggiorenni, è la peggiore per penetrazione dei pagamenti elettronici insieme ad altre due regioni del Sud, Campania (1/51) e Calabria (1/50,9). Il dato è emerso da una ricerca di Cpp Italia, società del gruppo inglese Cpp specializzata nella protezione delle carte di pagamento».

E ancora:

«L’Italia è uno dei Paesi dove l’utilizzo del denaro contante per i pagamenti è più diffuso che altrove: è utilizzato nel 90% delle transazioni contro una media dei principali paesi europei di circa il 70%».

Sono cose che Yoram Gutgeld, essendo un economista, dovrebbe sapere. Ma, evidentemente, così non è.

Veniamo, adesso, alla parte più importante del programma economico di Gutgeld/Renzi: quella che riguarda il taglio delle imposte. E che, al contempo, è quella su cui il nostro è confuso più che mai.

Innanzitutto, egli propone di dare 100 euro in più al mese, in busta paga, a chiunque ne guadagni meno di 2.000. Tutti gli altri contribuenti, invece, non beneficeranno di alcuno sconto fiscale.

Vediamo, ora, dove iniziano i problemi.

L’11 settembre scorso, intervistato da Formiche, alla domanda “La vostra ricetta fiscale è imperniata su una riduzione di 100 euro nel prelievo sui redditi medio-bassi. Non è una misura tiepida per promuovere uno shock salutare della nostra economia?”, Gutgeld rispondeva:

«La prospettiva ideale sarebbe estendere l’abbassamento dell’IRPEF ai guadagni medio-alti per mettere in moto un circuito virtuoso complessivo dei consumi. Tuttavia un provvedimento di tale respiro richiederebbe 30 miliardi di euro, difficili da reperire. Mentre i 15 miliardi da noi previsti hanno una copertura completa».

Dunque, a suo giudizio, non è possibile tagliare le tasse anche ai percettori di redditi medio-alti perché questo richiederebbe coperture di 30 miliardi; mentre, per dare 100 euro in più solo a chi ne guadagni meno di 2.000 al mese, sarebbero sufficienti coperture varie di 15 miliardi. Tenete a mente queste cifre: 15 e 30 miliardi. Perché in un’altra intervista, rilasciata ad Alain Friedman venerdì scorso, 25 ottobre, il Nostro dichiarava altro e di molto diverso (come potete appurare voi stessi guardando il video a partire dal minuto 4.34):

«Su tre anni, abbiamo bisogno di fare una riduzione delle tasse di oltre 50 miliardi».

Ecco. Come può una persona seria prendere in considerazione Matteo Renzi, quale opzione di voto, se il suo consigliere economico, tra le altre cose, nel giro di appena un mese, prima asserisce che sia possibile ridurre strutturalmente le tasse solo per 15 miliardi, e poi che occorra farlo per almeno 50?

Di Berlusconi ne abbiamo avuto già uno.

Basta e avanza.



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9 Responses to "Quale credibilità può avere Renzi se il suo guru economico, Gutgeld, cambia idea una volta al mese?"

  • Matteo says:
  • Matteo says:
  • corbulone says:
  • FabioG says:
  • camelot says:
  • camelot says:
  • camelot says:
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